Sarajevo 1996-1997

Nel 1996 e 97 siamo intervenuto con attività di volontariato a Sarajevo presso degli ambulatori medici con trattamenti di shiatsu prima, e poi organizzando dei corsi intensi di formazione di operatori shiatsu in collaborazione con associazioni umanitarie in Bosnia.

 

Testimonianze  di  Rosa Gilberta Fior  e Giuliana Fusaro 

 
L’esperienza di Sarajevo è stata molto forte e importante per diversi motivi: per quello che ho visto, per le perone che venivano al centro a farsi trattare, per l’incontro con i ragazzi che lavorano al centro.
Il viaggio è stato allo stesso tempo piacevole e sconvolgente. Piacevole perché “guidato” la Graziosa che col suo grande cuore lo ripeteva per la terza volta (guida preziosa nei viaggi di andata e ritorno, ma anche per la sua esperienza e la sua chiarezza nella scelta dei trattamenti con i pazienti del centro); piacevole per la compagnia di Anna Maria, sempre disponibile ad aiutare, che con grande umiltà e generosità sapeva vedere il lato positivo della mia durezza.
 Sconvolgente perché fin da subito abbiamo incontrato i segni della guerra, le case “sparate”, piene di fori di pallottole o con le brecce delle franate. Alcune, pochissime per la verità bombardate. Ci stupivamo, Anna Maria ed io, vedendone alcune assolutamente intatte qua e là, e Graziosa allo spiegava: “Quella era la casa di un serbo, è stata una guerra porta a porta”. Ma una cosa nemmeno lui riusciva a spiegarsela: perché di molte case sia rimasta intatta solo la struttura dei muri, ed erano là, cieche, senza porte e finestre, senza tetto, le cuspidi delle facciate contro il cielo. Abbiamo visto interi villaggi così, percorrendo valli e colline di una bellezza commovente, col sole che sfavillava illuminando boschi di betulle e aghifoglie. E quel senso di morte, vaste zone dove il tempo sembrava sospeso. Non un segno di vita. Abbiamo chiesto ad Enes il perché di quelle case scoperchiate e lui ci ha detto: “Siamo come le termiti, quando una casa veniva abbandonata prendevano tutto quello che si poteva trasportare per riparare le altre e per avere legna per il fuoco.”

 Sarajevo ci ha mostrato tutte le sue ferite col sole del giorno successivo. Alloggiavamo, ospitate da Denis, al quarto piano di un condominio e potevamo vedere dalle finestre gli spazi verdi trasformati in orti e, in fondo un piccolo cimitero tra i palazzi. Attraversando la città in macchina apparivano ovunque i segni lasciati dalle granate, interi palazzi ridotti a scheletri, più della metà delle case e degli appartamenti senza vetri, le finestre riparate con la plastica. I cimiteri ovunque, nel parco ma soprattutto in collina, vicino allo stadio. E le persone che arrivavano al centro per farsi trattare, il loro grazie e i loro regali: una tavoletta di cioccolato, dei dolcetti di marzapane (buonissimi), un merletto fatto a mano e il loro sorriso. Lì, dopo quattro anni di guerra, la gente non si racconta storie....vuole davvero guarire! E che dire della disponibilità e dell’apertura dei medici, felici di trovare corrispondenze tra la loro esperienza e la teoria delle 5 trasformazioni o l’orologio energetico dei meridiani, che ci affidano i casi più difficili, non più per metterci alla prova, ma sicuri del risultato positivo dei nostri interventi.

 Ma credo che quello che mi ha lasciato dentro il segno più profondo sia stato l’incontro con i ragazzi che lavorano al centro, così giovani, così disponibili con tutti e sempre sorridenti. E quella loro stanzetta di pochi metri, senza finestre, dove si stringevano nelle pause per mangiare, parlare, ma soprattutto per fumare! Vederli così attenti durante le lezione del pomeriggio, anche se a volte li abbiamo dovuti richiamare per frenare la loro voglia -bisogno di ridere, così determinati ad imparare che non era mai necessario ripetere due volte: ascoltare ed imparare era una cosa sola.

 Devo dire che sono tornata sconvolta , con una grande voglia di fare di più, di tornare lì, di dire loro mille cose che avevo dimenticato di dire, di portare loro dei libri e tutto il materiale possibile...

 Ora che mi sono calmata un p’ e l’emozione si è stemperata (mi ci sono volute due settimane) penso che non sono così indispensabile per loro. Non sono io, Gilberta, che li devo “salvare”. Ho dato loro una settimana del mio tempo, hanno potuto guardare attraverso la finestra che abbiamo aperto, hanno visto un altro panorama, ma sta a loro decidere dove (come e quando) andare.
Gilberta Fior
 
 

C’era una luna piena incredibile a Sarajevo, quando siamo arrivati, una luna che dominava dalle colline intorno alla città e riusciva , con la complicità della notte, a nascondere gli orrori della guerra che il sole avrebbe subito svelato la mattina dopo.
La stanchezza dei due giorni di viaggio ed il coprifuoco ci impedivano comunque di perlustrare la zona del nostro arrivo.
 Il simpatico signore mussulmano del quale eravamo ospiti ci aveva offerto la sua casa, la sua risata calorosa ed imponente ed una sistemazione più che confortevole, considerata la situazione.
 Dal giorno dopo iniziava il lavoro nei quattro centri di terapia all’interno dei quali ci eravamo distribuiti.
 Non so quante e quali fossero le domande, i dubbi, le perplessità che tutti noi avevamo il testa entrando la dentro.
 Per fortuna una cosa è stata subito chiara: non c’era tempo per pensare, eravamo circondati da persone che da quattro anni erano state costrette a cedere le priorità del pensiero per far posto solo ed esclusivamente alle priorità della sopravvivenza.
 E questo è stato, da subito, uno degli insegnamenti più importanti. Ci siamo resi conto immediatamente, fin dalle prime pressioni, che in quella situazione i bisogni erano talmente profondi e talmente esasperati, talmente urgenti, che lo shiatsu, anche quello tecnicamente meno perfetto, riusciva ad ottenere delle risposte e dei risultati immediati, con tempi ai quali mai eravamo stati abituati.
 La gente che ci chiamava, che chiedeva il nostro intervento, aveva bisogno e voglia di tornare a vivere subito, voleva solo andare oltre, il più presto possibile, a quella situazione di sofferenza.
 E’ impossibile riuscire a descrivere quello che ha riempito quei gironi: rimangono alcuni flash, i più significativi/ Quello di un ispettore capo di polizia, con il quale durante il primo trattamento avevamo stabilito un contatto profondo, che alla fine ci ha chiesto con uno splendido sorriso:”Dove posso andare ad imparare lo shiatsu?”.
 Oppure quello di una signora che aveva perso un figlio ed ancora un riusciva a staccarsi da lui; dopo un trattamento durante il quale aveva lasciato andare tutta la sua sofferenza è tornata il mattino dopo dicendo:”Per tutta la guerra non ero più riuscita a sognare, stanotte ho sognato una casa nuova.”
 Tornare od affrontare quell’esperienza per la prima volta, per tutti quelli che vorranno provare (e mi auguro che saranno tantissimi) significa soprattutto essere disponibili a mettere a riposo il nostro ego, lasciarlo a casa per riempirsi di un’esperienza ricchissima ...provare per credere.
Giuliana Fusaro

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