L’esperienza
di Sarajevo è stata molto forte e importante per diversi motivi:
per quello che ho visto, per le perone che venivano al centro a farsi
trattare, per l’incontro con i ragazzi che lavorano al centro.
Il viaggio è stato allo stesso
tempo piacevole e sconvolgente. Piacevole perché
“guidato” la Graziosa che col suo grande cuore lo ripeteva
per la terza volta (guida preziosa nei viaggi di andata e ritorno, ma
anche per la sua esperienza e la sua chiarezza nella scelta dei
trattamenti con i pazienti del centro); piacevole per la compagnia di
Anna Maria, sempre disponibile ad aiutare, che con grande umiltà
e generosità sapeva vedere il lato positivo della mia durezza.
Sconvolgente perché fin da subito abbiamo incontrato i
segni della guerra, le case “sparate”, piene di fori di
pallottole o con le brecce delle franate. Alcune, pochissime per la
verità bombardate. Ci stupivamo, Anna Maria ed io, vedendone
alcune assolutamente intatte qua e là, e Graziosa allo spiegava:
“Quella era la casa di un serbo, è stata una guerra porta
a porta”. Ma una cosa nemmeno lui riusciva a spiegarsela:
perché di molte case sia rimasta intatta solo la struttura dei
muri, ed erano là, cieche, senza porte e finestre, senza tetto,
le cuspidi delle facciate contro il cielo. Abbiamo visto interi
villaggi così, percorrendo valli e colline di una bellezza
commovente, col sole che sfavillava illuminando boschi di betulle e
aghifoglie. E quel senso di morte, vaste zone dove il tempo sembrava
sospeso. Non un segno di vita. Abbiamo chiesto ad Enes il perché
di quelle case scoperchiate e lui ci ha detto: “Siamo come le
termiti, quando una casa veniva abbandonata prendevano tutto quello che
si poteva trasportare per riparare le altre e per avere legna per il
fuoco.”
Sarajevo ci ha mostrato tutte le sue ferite col sole del giorno
successivo. Alloggiavamo, ospitate da Denis, al quarto piano di un
condominio e potevamo vedere dalle finestre gli spazi verdi trasformati
in orti e, in fondo un piccolo cimitero tra i palazzi. Attraversando la
città in macchina apparivano ovunque i segni lasciati dalle
granate, interi palazzi ridotti a scheletri, più della
metà delle case e degli appartamenti senza vetri, le finestre
riparate con la plastica. I cimiteri ovunque, nel parco ma soprattutto
in collina, vicino allo stadio. E le persone che arrivavano al centro
per farsi trattare, il loro grazie e i loro regali: una tavoletta di
cioccolato, dei dolcetti di marzapane (buonissimi), un merletto fatto a
mano e il loro sorriso. Lì, dopo quattro anni di guerra, la
gente non si racconta storie....vuole davvero guarire! E che dire della
disponibilità e dell’apertura dei medici, felici di
trovare corrispondenze tra la loro esperienza e la teoria delle 5
trasformazioni o l’orologio energetico dei meridiani, che ci
affidano i casi più difficili, non più per metterci alla
prova, ma sicuri del risultato positivo dei nostri interventi.
Ma credo che quello che mi ha lasciato dentro il segno più
profondo sia stato l’incontro con i ragazzi che lavorano al
centro, così giovani, così disponibili con tutti e sempre
sorridenti. E quella loro stanzetta di pochi metri, senza finestre,
dove si stringevano nelle pause per mangiare, parlare, ma soprattutto
per fumare! Vederli così attenti durante le lezione del
pomeriggio, anche se a volte li abbiamo dovuti richiamare per frenare
la loro voglia -bisogno di ridere, così determinati ad imparare
che non era mai necessario ripetere due volte: ascoltare ed imparare
era una cosa sola.
Devo dire che sono tornata sconvolta , con una grande voglia di
fare di più, di tornare lì, di dire loro mille cose che
avevo dimenticato di dire, di portare loro dei libri e tutto il
materiale possibile...
Ora che mi sono calmata un p’ e l’emozione si
è stemperata (mi ci sono volute due settimane) penso che non
sono così indispensabile per loro. Non sono io, Gilberta, che li
devo “salvare”. Ho dato loro una settimana del mio tempo,
hanno potuto guardare attraverso la finestra che abbiamo aperto, hanno
visto un altro panorama, ma sta a loro decidere dove (come e quando)
andare.
Gilberta Fior